16/03/11

Destroy the mirrow, fill the gap, and start to grow up.

"Evita di essere ciò che non  sei, e nessuno ti chiederà quello che non puoi offrire. Guadagnerai  serenità per te e meno delusioni per gli altri".

Ci sono volte in cui arrivano frasi nel momento in cui ne ho più bisogno, e proprio in quei momenti riesco ad avvertire al meglio il loro significato. Inizio a credere che non sia un caso. Forse però, come letto ne “la solitudine dei numeri primi”, queste frasi ce le cerchiamo noi; nel senso che se ci facciamo caso solo in determinati momenti, è proprio perchè in quei momenti siamo particolarmente predisposti a farlo.

Tanto tempo fa, quando l'insicurezza adolescenziale era ancora parte della mia vita, ho lasciato  andarmi in modo eccessivo nel confronto con gli altri. Continuavo a paragonarmi ad altri personaggi della mia vita, a pormi domande sulle loro scelte e i loro comportamenti, e cercavo ossessivamente nelle loro abitudini la “giusta formula” per la mia felicità. Ero proprio convinto che osservando la vita degli altri avrei trovato il mio “modo di essere”, risultato di una specie di equilibrio composto da un collage di persone che stimavo, un pezzettino per ognuno.

Non ci volle molto tempo a capire che c'era qualcosa di "malato" nel cercare la propria felicità negli altri. Non funzionava. Non fu facile scoprire la risposta, ma presto mi accorsi che al paragone era sempre associato un giudizio positivo o negativo. L’osservare il comportamento altrui aveva ogni volta, come fine ultimo il giudicare, e mi resi conto ben presto che giudicare non mi piaceva, mi irritava, mi faceva star male, ma non riuscivo proprio a farne a meno. Ogni volta che osservavo una persona durante un comportamento, scattava automaticamente il paragone, il giudizio.

La svolta ci fu la prima volta che ho avuto modo di parlarne con una psicoterapeuta. Mi spiegò che ad ogni mio giudizio, in realtà, stavo giudicando me stesso. La realizzazione di quello che potrebbe sembrare palese, scatenò in me moltissime resistenze: non poteva essere cosi. Vista la mia estrema razionalità, ci misi poco a superare la cosa e chiedermi nel concreto chi io stimassi, e chi reputavo essere più evoluto di me. Nel frattempo, iniziai a catapultarmi in biblioteca a leggere qualche manuale di psicologia riguardante la crescita interiore, e fu cosi che scoprii l’esistenza degli “Specchi”.

In pratica, scoprii che per giudicare noi stessi, tendiamo a confrontarci perennemente con persone che rispecchiano il nostro essere, ovvero quelle dove riconosciamo in loro gli atteggiamenti che ci appartengono. Ogni qualvolta che il comportamento di qualcuno attira la nostra attenzione e magari ci infastidisce, effettivamente non facciamo altro che proiettare il tutto su noi stessi. Teoricamente sarebbe l'ideale focalizzarci sull'aziione o la frase che ci infastidisce, e cercare di studiare il sentimento o la reazione che questo ci comporta. Perchè solo a quel punto ci rendiamo conto che quella reazione dipende da noi, e non dalle persone che stiamo osservando; loro semplicemente rispecchiano ciò che non vogliamo vedere in noi, ciò che vogliamo migliorare di noi ,o semplicemente, ciò che non accettiamo.

Concludendo quindi, una volta superata la parte emotiva, e vinta la battaglia con la nostra irrazionalità,  si dovrebbe arrivare ad una fase più cosciente di se stessi e del rapporto con gli altri, che senza dubbio è una fase importante e molto funzionale alla crescita personale.

PS: Se mettessi in pratica un decimo delle cose che dico, sono sicuro che il Dalai Lama  e il Papa mi concederebbero lo scettro.

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